Eppur qualcosa si sta muovendo!

bici pioggiaI bolzanini vanno in bici anche quando piove! Questo è quanto emerge da uno studio sulla mobilità delle famiglie bolzanine presentato pochi giorni fa. Non c’è infatti una differenza significativa nell’uso della bici nei giorni di pioggia.

Strano, mi dicevo. Ricordavo i miei anni a Milano, dove la pioggia tradizionalmente era considerata un’aberrazione della natura, che comportava tutta un’attrezzatura da guerra (ombrello, spolverino, stivali per i bambini) e soprattutto portava imprescindibilmente all’uso della macchina. Mi raccontavano invece delle città in Germania, dove si va in giro in bici anche se piovono ghiaccioli. Questo ora avviene anche a Bolzano.

Potete dire che è una sottigliezza, ma per me è invece segnale di un processo ben più grande. Potrebbe essere interpretato come una specie di settentrionalizzazione (o europeizzazione) che sta avvenendo tra i sudtirolesi italiani; lo notiamo non solo dall’uso della bici, ma anche da altri indicatori. Ad esempio dall’adesione spettacolare alla separazione dei rifiuti organici a Bolzano – contro tutte le voci che prima affermavano che “gli italiani non sono pronti a dividere i rifiuti”; dal fatto che Francesco Palermo e Florian Kronbichler sono stati eletti da persone di entrambi i gruppi linguistici, felici di non dover più fare una scelta di “campo”. Dal 4° anno nella scuola superiore dell’altro gruppo linguistico che sta diventando un’abitudine diffusa, mentre lo slalom tra i 2 sistemi di formazione italiano e tedesco risulta una normalità – e il matrimonio “misto” una banalità.

Ne deduco: nonostante il diktat della divisione, la “contaminazione” è stata molto più diffusa di quanto si potesse supporre – tant’è che forse stiamo entrando in una nuova fase della nostra convivenza. I libri di Francesca Melandri e Lilli Gruber, che anche da noi hanno trovato migliaia di lettrici e lettori, rappresentano in fondo un tentativo di recuperare quel passato di cui si sa così poco e di cui forse tempo fa non ci si interessava neanche troppo. Nell’ultimo dibattito sui monumenti fascisti era completamente sparita la vecchia argomentazione che “gli italiani” avrebbero bisogno dei monumenti per avere una conferma tangibile della propria identità. Quando i colleghi di Unitalia anno dopo anno tornano a proporre di togliere le aquile del Ponte Druso dal loro beato riposo in un deposito del Comune, tutto il consiglio comunale stancamente respinge la proposta senza polemiche né arringhe infuocate. Dall’altro canto gli Alpini esattamente un anno fa hanno unito tutta la cittadinanza in una grande festa popolare di cui, in maniera forse subliminale, si sentiva il bisogno da decenni.

Sto elencando a caso, ma non è un elenco casuale.

Così come non è casuale l’elenco delle cose per cui siamo in cima alle statistiche italiane: PIL, benessere, chilometri di piste ciclabili, comportamento sostenibile. Questo, e forse la crisi ha avuto anche un piccolo effetto catalizzatore, ha rafforzato quell’orgoglio locale che da tempo mancava alla nostra gente, specie nella parte italiana, che forse si sentiva sempre ancora “aggiunta” alla popolazione sudtirolese e non “parte” di essa.

Complici anche le lungaggini e la macchinosità delle politiche romane, siamo arrivati un po’ tutti a pensare che “da noi è meglio”… anche se poi, ormai sappiamo, anche da noi, si pasticcia e si imbroglia, non solo il Venerdì Santo. Le minacce all’autonomia, poi, venute con l’ultimo governo, hanno forse rafforzato anche nell’ultimo scettico la convinzione che la nostra autonomia non è solo una specie di sterile “tabella excel della convivenza”, ma qualcosa che c’entra con tutti noi e che garantisce questa nostra peculiare convivenza. Una convivenza che non è casuale neanch’essa. Siamo noi che la gestiamo, noi che la sviluppiamo e noi che, così voglio pensare, sempre di più la amiamo e la difendiamo.

Se in questi anni di confronto e a volte anche di scontro abbiamo raggiunto questo risultato, dobbiamo esserne fieri.

Forse quella “Heimat” per la quale in italiano ancora ci manca il termine inizia davvero ad essere un po’ di tutti.  Me lo confermava, già qualche anno fa, l’entusiasmo con cui i bolzanini firmavano contro la nuova pista di sci sul Catinaccio (“no, il nostro Catinaccio ce lo devono lasciar in pace!”).

Alla faccia di tutti quelli che credono che le cartelle linguistiche (non parliamo poi dei cartelli…) bisogna tenerle separate. Alla fine ci si trova, tutti e tutte, sempre più a casa in una Heimat che lentamente ha trovato posto nei cuori anche se porta un nome in un’altra lingua.

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