Altoatesini sudtirolesi

alto-adige

La scorsa settimana abbiamo discusso in Consiglio Provinciale della necessità o meno di mantenere la dicitura “altoatesini”, dopo che la Giunta aveva proposto di usare, per chi è emigrato dalla nostra provincia, la dicitura “sudtirolesi nel mondo”.

Ci sarebbe da chiedersi, in primo luogo, se chi rimane in Alto Adige non sia “nel mondo”.

Ma tuttavia la questione risulta interessante anche per chi è da sempre attento alle tematiche di identità e di convivenza.

Perché le parole “sono importanti”, come dice Moretti. E quando ci si scontra sulle parole in realtà ci si scontra sui concetti che stanno dietro alle parole.

È noto: “altoatesino”, “Alto Adige” sono termini che rimandano al tentativo di italianizzazione forzata della nostra terra, avvenuta in epoca fascista.

Io sono naturalmente contraria all’uso e al mantenimento di termini che derivano da qualsiasi totalitarismo. E credo anche nella forza creatrice della lingua.

Le parole creano realtà e memoria e quindi vanno usate anche “politicamente”, per mantenere o cambiare spiriti e mentalità.

Ma nomi e parole non sono la stessa cosa.Lo sappiamo bene noi che viviamo nella terra dell’eterno litigio sui toponimi. E “altoatesini” infatti è una denominazione. Una parte delle persone che vivono nel nostro territorio si sente proprio altoatesina. Non sono fascisti, né nostalgici. Semplicemente sono cresciuti con questo termine e se lo sentono proprio. Quindi, se in questa terra vogliamo dare il diritto di patria (di Heimat?) a tutti, faremo bene anche a lasciare tutti i nomi con cui uno si sente a casa sua.

Del resto, così succede coi nomi, il diritto del nominato prevale sul diritto di chi nomina. È così che in passato abbiamo politicamente scelto di non usare più certe denominazioni e di sceglierne altre, preferite da chi si trovava a disagio con i vecchi nomi.

Mantenere nel testo (italiano) di una legge le due diciture “sudtirolese” ed “altoatesino” è un gesto ecumenico, un atteggiamento inclusivo, che dovremmo affermare come uno dei sacri princìpi della convivenza nella nostra bella, difficile, composita provincia.

Non togliere, ma aggiungere.

Non obbligare a rinunciare ma permettere di scegliere.

Convivere con quello che magari ti è estraneo ma che puoi vivere come ricchezza e non come pericolo.

Esiste un detto spesso citato in politica, attribuito a Voltaire, ma in realtà scritto da una biografa di Voltaire, che dice, più o meno: non condivido la tua opinione, ma mi batterò fino alla fine perché tu possa esprimerla.

Ecco, io vorrei che facessimo così anche con i nomi.

Magari posso non condividere la tua scelta di voler essere chiamato in un certo modo. Ma mi batterò fino in fondo perché tu possa essere chiamato come desideri o usare i nomi che vuoi.

Sarebbe un approccio pacificatore. Di estremo rispetto. Concetti che a noi montanari dovrebbero essere cari e che magari potremmo applicare anche a qualche cartello e a qualche carta geografica.

Sarebbe un bell’orientamento nuovo.

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