L’ultimo anello

cateneQualche giorno volevo prendere il treno per Ora. Si saliva solo da un vagone, dove un controllore si accertava preventivamente che tutti/e avessero il biglietto. Mentre lo guardavo stupita mi spiegava: “Ecco, vede, stiamo facendo dei controlli a terra. Questo è uno dei treni, su cui salgono molti di quelli là. Che non pagano.” e indicava degli immigrati di pelle scura. “Vede, scappano!”

Il controllore ovviamente ha un mestiere difficile, si trova spesso a questionare con chi non ha il biglietto e chi non vuole scendere. Non lo invidio e lo rispetto.

Ma andando oltre la contingenza, ho trovato in questo provvedimento di Trenitalia la conferma di un fenomeno che studio da un po’ di tempo e che chiamo “l’intervento sull’ultimo anello”.

Mi spiego. Siamo confrontati con problemi molto complessi. La crisi, la fame nel mondo, la radicalizzazione, la migrazione, i profughi, la violenza, il confronto di più culture, l’impoverimento di segmenti sempre più larghi della società.

Tutti questi problemi hanno origini lontane e catene lunghe, spesso non lineari, di anelli di cause ed effetti. E spesso ne siamo co-responsabili.

L’Europa ha responsabilità pesanti nella questione della fuga dall’Africa o dall’Asia. Il nostro modo di consumare e le nostre politiche economiche intervengono fortemente sull’equilibrio mondiale. O, se vogliamo zoomare sui problemi “di casa nostra”, l’impoverimento, la disuguaglianza la disponibilità alla violenza, sono l’effetto di una società che non ha voluto cogliere per tempo i segnali di disagio e mancanza di prospettive per chi partiva svantaggiato. I campi di intervento sarebbero molteplici e così come abbiamo sbagliato, potremmo anche iniziare a rimediare. Per prima cosa riconoscendo errori e responsabilità, e poi magari usando i cervelli migliori e la disponibilità di molti che vogliono aiutare a cambiare le cose, sviluppando concetti di cambiamento. Avremmo tutti i mezzi e le competenze necessarie, eppure non lo facciamo.

Preferiamo specializzarci nell’intervento sull’ultimo anello. Esempi?

Ci sono dei senzatetto che la sera si sistemano e socializzano tra loro in Piazza Magnago. Potremmo indagare. Scoprire che la Caritas verso le 17 apre un punto di ristoro proprio accanto al Consiglio provinciale per i profughi (si vedono sempre più famiglie con bambine/i). Che molti di questi ragazzi attendono la sentenza di una commissione che deciderà del loro futuro di rifugiati e che possono stare nelle dimore temporanee solo di notte. Potremmo, dovremmo certo anche provare a rimediare alle disuguaglianze che li hanno portati a essere senza casa. Sarebbe complesso, sì. Troppo forse. E allora abbiamo deciso che fosse meglio installare delle videocamere: un palliativo che ci garantisce l’illusione di una sicurezza che non avremo mai, perché il problema del piccolo spaccio che si intrufola in questo mondo si sposta semplicemente dietro l’angolo. Però possiamo dire di aver fatto qualcosa (e forse è questo il vero, unico, misero obiettivo dei governanti…).

Lo stesso meccanismo sta in fondo a molte questioni: vietiamo l’accattonaggio (così non vediamo più che ci sono persone povere e che vengono anche sfruttate). Spostiamo la prostituzione in quartieri meno in vista, o le vorremmo nascondere in case chiuse (e rimuoviamo tutta la questione delle donne fatte schiave, delle donne che bisogna possedere, al limite anche coi soldi). Diciamo frasi comode del tipo “aiutiamoli a casa loro” o “impediamo che partano” o “rispediamoli a casa” per illuderci di risolvere la questione dei profughi.

Stiamo agendo su troppe questioni come chi tenta di risolvere un allagamento concentrandosi sugli stracci per asciugare l’acqua. La nostra maturità intellettuale di società evoluta ci imporrebbe invece valutazioni molto più serie e complesse, che vadano all’origine delle questioni.

Difficile, in un dibattito politico sempre più superficiale, ipervelocizzato e fatto di slogan. Quasi impossibile, se bisogna dire tutto in 30 secondi di intervista o condensare il commento in un Mi piace o una faccina. Vedo e vivo una politica e una scena di opinione pubblica, in cui l’analisi spesso sparisce dietro alle necessità di lanciare continuamente dei messaggi confezionati in bocconi digeribili.

E allora voglio concludere con un appello, dal mio piccolo osservatorio di politica di provincia. Cerchiamo di capire un fenomeno invece di spostarlo dietro l’angolo. Perché prima o poi tornerà con prepotenza e ci toccherà affrontarlo comunque. Troviamo delle vie di mezzo tra fantasie populiste di onnipotenza e rassegnazione.

Riaccendiamo un dibattito politico serio e approfondito. Avvaliamoci della buona prassi del confronto tra diversi, dello studio delle cause, dell’ascolto di pensieri articolati, della riflessione comune. Risaliamo la catena insomma, cerchiamo di spezzare anelli più grandi e decisivi e smettiamo di accanirci sempre e comunque contro l’ultimo anello. Che, anche se è il più visibile, comunicabile e politicamente spendibile, alla fine è anche il più piccolo e il più fragile.

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