Schaugs holt – salutando Egon

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Am Grabe meines Bruders Egon

Ich möchte von Egons letzten Tag sprechen, denn dieser Montag war ein bisschen wie die Miniatur seines Lebens. Am Morgen bat er uns, ihn aufs Joch zu bringen. Ich hatte die Ehre ihn zu fahren. Immer wieder beschwerte er sich über meinen Fahrstil und vor allem über meinen Hybrid, der die Bergstraße viel zu hochtourig nahm. „Wie kann man sich nur so ein Auto kaufen, das womöglich noch mehr Sprit braucht als ein normales“, schüttelte er den Kopf.

Den Vormittag verbrachte er im Hotelbüro. „Ich kann zwar nicht arbeiten“, sagte er, „aber ich kann ein wenig dem Fabian helfen und mit den Leuten reden.“ So war Egons Geschäftsphilosophie.

Wer ein Gasthaus hat, muss die Menschen mögen, war seine Überzeugung. Er glaubte nicht an Gewinnmaximierung oder an blinde Ausbeutung, sondern an einen sorgsamen Umgang mit den Ressourcen, an das Leben und Leben lassen.

Es ging ihm, lang bevor die Welt von sanftem Tourismus und Nachhaltigkeit zu reden begann, um eine sanfte Entwicklung des Bestehenden. Dazu gehört auch, zuzulassen, dass es eine Zeit nach sich selbst gibt und diese vorzubereiten.

Auch das hat Egon getan.

So konnte er sich Montag gegen Mittag zum Rasten in sein Zimmer zurückziehen. Als sich sein Zustand verschlechterte und wir alle um ihn waren, Marion, die Kinder, wir Geschwister, hat uns Egon noch einmal eine Sternstunde seiner Charakterstärke erleben lassen.

Ad esempio, quando Tullio, che da decine di anni si occupa delle piste da sci, è venuto a salutarlo, gli ha chiesto: „Fa freddo?“ e Tullio ha capito e gli ha risposto: „Si, Egon, vado ad attaccare i cannoni, sta tranquillo!“. Pensate. Che bel modo per salutarsi.

Als es zu dämmern begann, äußerte Egon den Wunsch, nach Hause zu fahren. Er gab Erich genaue Anweisungen, wo das Einsteigen am praktischsten wäre und sagte am Schluss „Jetzt kannst du vorfahren!“. So hat er auch seinen letzten Tag mit leiser Regie gestaltet und zwar so, wie es für ihn und uns alle am besten war.

Das ganze Leben lang hatte er es so gemacht, ohne jemandem je etwas aufzudrängen, aber immer mit dem Blick dafür, was die beste Lösung sein könnte.

Dazu gibt es eine ganze Serie von skurrilen Lebensweisheiten in seiner Schatzkiste. Hatte man etwa ein Problem und er wollte einen auf einen anderen Gedanken bringen, sagte er: „Das beste gegen Zahnweh ist, sich mit dem Hammer auf den großen Zeh zu schlagen!“.

Oder als sich in den letzten Jahren die Todesfälle in der Familie häuften und wir darüber sinnierten, dass dabei immer ein Familienmitglied gerade auf Reisen war, meinte er: „Also muss man schauen, immer der zu sein, der gerade auf Reisen ist!“.

Wir haben mit diesen kleinen Exorzismen gemeinsam versucht, über die schweren Zeiten zu kommen, aber am Montag war Egon nicht der, der auf Reisen war. Vor der Haustür in Montan hat sein Leben aufgehört.

Damit beginnt für uns die Zeit ohne ihn.

In einem Beileidsschreiben schrieb uns jemand: In una delle lettere di condoglianze ci sono giunte queste parole: “Le notizie che parlano di tuo fratello lo raccontano proprio come una bella persona e persone così lasciano spesso non un grande vuoto, ma una grande eredità. Portarla avanti è il compito di chi resta. E’ il senso vero e profondo della vita che non muore mai. Tu e la tua famiglia saprete sicuramente farlo, anzi avete già cominciato a farlo.”


Es wäre schön, wenn das stimmen könnte. Einer der Sätze, den wir alle mit Egon am meisten in Verbindung bringen und der immer am Ende von gemeinsamen Überlegungen darüber stand, was denn das beste sein könne, lautete: Schaust halt!, Vedi un po‘ tu. Damit war klar: Er hatte seins gesagt und getan, am Ende aber muss immer jeder selber schauen, was das beste ist. Darin liegt eine große Freiheit und eine große Verantwortung. Egon hat sie uns immer gegeben und daran sind wir alle gewachsen.

Lieber Egon, wir werden schauen weiterzumachen. Voller Dankbarkeit für alles, was wir von dir lernen konnten und in Erinnerung an die vielen schönen Stunden zusammen, sagen wir heute ein letztes Mal zu dir: Schaugsch holt!

7.1.2017

egon-lacheltVorrei parlare dell’ultimo giorno di Egon. Perché questo lunedì era un po’ come una miniatura della sua vita. Al mattino ci chiese di andare agli Oclini. Ebbi l’onore di portarlo in macchina. Si lamentava del mio stile di guida e soprattutto della mia ibrida che faceva le strade di montagna troppo su di giri. “Ma come si può comprare una macchina che magari consuma più di una macchina normale….?” scuoteva la testa.

Passò la mattina nell’ufficio dell’albergo. „Non riesco più a lavorare“, disse, „ma posso aiutare Fabian e parlare con la gente.“ Questa era la filosofia imprenditoriale di Egon.

Chi ha un albergo deve volere bene alle persone, era la sua convinzione. Non credeva al cieco sfruttamento e alla massimizzazione dei profitti, ma all’uso attento delle risorse, nel vivere-e-lasciar-vivere.

Molto prima che il mondo iniziasse a parlare di turismo dolce e sostenibilità lui credeva nel soave sviluppo di quello che c’era. Era parte di questa filosofia accettare che esiste un tempo dopo di noi e prepararlo.

Anche questo ha fatto Egon.

E allora quel lunedì poté ritirarsi in stanza verso l’ora di pranzo. Quando il suo stato peggiorò e tutti noi, Marion, i figli, noi fratelli e sorelle, eravamo intorno a lui, Egon ci fece dimostrazione un’ultima volta della sua forza di carattere.

Ad esempio, quando Tullio, che da decine di anni si occupa delle piste da sci, è venuto a salutarlo, lui gli ha chiesto: „Fa freddo?“ e Tullio ha capito e gli ha risposto: „Si, Egon, vado ad attaccare i cannoni, sta tranquillo!“. Pensate. Che bel modo di salutarsi.

Quando iniziava a imbrunire, Egon espresse il desiderio di andare a casa. Dette a Erich delle precise indicazioni di parcheggio per essere più comodo e infine disse: „Vai a prendere la macchina.” Così anche il suo ultimo giorno lo ha gestito con lieve regia, per fare in modo che passasse al meglio, per lui e per tutti noi.

Aveva sempre fatto così. Senza mai imporre nulla a nessuno, ma sempre con l’obbiettivo puntato verso ciò che poteva essere la soluzione migliore.

Su questo esiste tutta una serie di saggezze un po’ curiose nel suo scrigno. Ad esempio quando si aveva un problema e cercava di distrarti, diceva: “Se hai mal di denti, la cosa migliore è darti una martellata sul dito dei piedi!”

O, quando negli ultimi anni continuavano a morire le persone della famiglia e insieme riflettevamo sulla curiosa coincidenza che qualcuno si trovava sempre in viaggio, allora disse: “Beh, la cosa importante allora è sempre essere quello che è in viaggio!”

Con questi piccoli esorcismi ci siamo aiutati a passare i tempi difficili. Ma lunedì per Egon è stato un po’ diverso. Davanti alla porta di casa a Montagna ha finito di vivere.

Per noi inizia la vita senza di lui.

Ci hanno toccati queste parole in una delle lettere di condoglianze: “Le notizie che parlano di tuo fratello lo raccontano proprio come una bella persona e persone così lasciano spesso non un grande vuoto, ma una grande eredità. Portarla avanti è il compito di chi resta. E’ il senso vero e profondo della vita che non muore mai. Tu e la tua famiglia saprete sicuramente farlo, anzi avete già cominciato a farlo.”

Sarebbe bello se potesse essere vero. Una delle frase che tutti noi ricordiamo di Egon e che stava sempre alla fine di riflessioni comuni su cosa potesse essere la cosa migliore, era: Schaust halt!, Vedi un po’ tu. Lui aveva detto e fatto il suo, ma alla fine ognuno deve vedere da solo qual è la cosa migliore. In questo sta una grande libertà e una grande responsabilità. Egon ce li ha sempre dati e siamo cresciuti tutti in questo modo.

Sí, Egon, vedremo un po’ noi. Con gratitudine verso tutto ciò che abbiamo potuto imparare da te e ricordando tutti i bei momenti insieme, oggi diciamo un’ultima volta a te: Vedi un po’ tu.

 

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