Solidarietà, non sorveglianza

fische in gläsernIl Sindaco di San Lorenzo di Sebato ha pubblicato su facebook una foto di ragazzini del suo Comune che, contro ogni regola e logica, si erano radunati su una panchina. Come Sindaco, in modo vagamente minaccioso (“io so chi siete, voi sapete chi sono io”), lancia un monito ai ragazzi a scusarsi con lui via mail entro il giorno successivo e li intima di indicare un lavoro socialmente utile da svolgere prospettando, in caso contrario, conseguenze.

I volti dei ragazzi sono stati cancellati dal Sindaco; ma si sa, in un piccolo paese ognuno si riconosce anche solo dai vestiti e dalle bici.

Il sindaco non si è limitato a rimproverare i ragazzi, ma li ha processati, giudicati ed ha scelto lui le pene.

Ma soprattutto li ha messi alla berlina, esponendoli alla condanna pubblica.

La vicenda non è di grande rilievo, ma mi impone delle riflessioni.

Stiamo attraversando un momento molto difficile, drammatico e delicato. C’è il concreto pericolo che alcuni equilibri sociali si spezzino. Dobbiamo tutti fare uno sforzo per cercare di comprenderlo, questo momento.

Adesso tutti dipendiamo dagli altri.

Dal fatto che tutti si comportino in maniera solidale e responsabile.

Ci vuole adesione sociale ma, allo stesso momento, distanza fisica. Questo è già di per sé una contraddizione, tanto che molti di noi avvertono una fortissima lacerazione mai conosciuta prima.

I responsabili politici hanno deciso di mettere al primo posto la distanza fisica, per arrestare l’onda dei contagi. Hanno fatto bene. È giusto così. Teniamo però presente che più questa imposizione non è condivisa ma imposta (e anche solo per questo è importantissimo mantenere vivi i meccanismi democratici!), più facilmente si inaridisce la coesione sociale.

Ne vediamo i primi segni.

Cominciano a sorgere episodi di “giustizia” fai-da-te. Si iniziano a confondere i ruoli. I cittadini giocano a fare i poliziotti, i sindaci si auto-proclamano giudici. Si intravede la tendenza a concedersi delle deroghe nella suddivisione dei poteri, anche nei livelli più bassi.

Le persone iniziano a sorvegliarsi a vicenda. Ci sono i primi segnali di una società del sospetto.

Mi sono prefissata di rileggere il libro di Philip Zimbardo sull’effetto Lucifero.

Nel famoso esperimento di Stanford lo scrittore aveva simulato con i suoi studenti una prigione e nel giro di pochissime ore sia le “guardie” che “i prigionieri” si sono totalmente fusi con i loro ruoli. L’esperimento è degenerato, tanto che Zimbardo,  che guidava l’esperimento, è diventato il “direttore del carcere” senza accorgersene.

Io Zimbardo l’ho sentito raccontare questa storia a Berlino, in una conferenza sul coraggio civile nelle società autoritarie; e penso sempre di più che questo di adesso sia un buon momento per riflettere sulla nascita dei meccanismi sociali autoritari e sulla possibilità di interromperli.

Il teologo morale Martin M. Lintner, che ho interpellato su questo argomento, ritiene che la solidarietà si spezza se non sono più chiari i limiti della propria responsabilità. Se la singola persona dimentica che è lei stessa ad essere responsabile per il bene di tutti, e non il vicino.

Non si tratta perciò di fare il guardiano della responsabilità degli altri, ma di prendere sul serio, fino in fondo, la propria di responsabilità.

È per questo che spiare, denunciare, mettere alla gogna sono meccanismi che mi fanno paura. Perché alla fine servono soltanto per distogliere lo sguardo da noi stessi.

Mentre scuoto la testa indignata, puntando il dito su chi non si attiene alle regole, posso evitare di confrontarmi con me stessa, i miei istinti, i miei buchi neri. E posso addossare, con disprezzo, la responsabilità all’altro.

Sì, tra giustizia fai-da-te e coraggio civile ci sono dei limiti molto precisi.

Io mi batto, e lo farò sempre, per il coraggio civile.

In altre lingue viene tradotto anche con „coraggio sociale“ o “coraggio morale”.

È di questo coraggio che ora abbiamo bisogno.

Tanto bisogno.

Brigitte Foppa/ 21.03.2020

Selbstjustiz frisst Solidarität auf

 

fische in gläsernIn diesen Tagen des Coronavirus ist die Welt anders. Eine Episode lässt mich aufhorchen.

Der Bürgermeister von St. Lorenzen prangert auf facebook Jugendliche seiner Gemeinde an, die sich unrechtmäßig getroffen haben. Als Bürgermeister fordert er die Jugendlichen, “die er kennt”, auf, sich innerhalb einer bestimmten Frist zu entschuldigen und Dienste für die Allgemeinheit zu leisten, ansonsten gebe es Konsequenzen.

Mich stimmt das sehr nachdenklich.

Wir sind momentan in einer sehr delikaten Situation und es besteht die Gefahr, dass soziale Gleichgewichte kippen. Diesen Augenblick versuche ich zu verstehen.

Wir sind nämlich nun alle aufeinander angewiesen. Darauf, dass sich alle solidarisch und verantwortungsbewusst verhalten. Es braucht Zusammenhalt, und es braucht zugleich Distanz. Das ist an sich ein Widerspruch und lässt viele von uns eine nie gekannte Zerrissenheit spüren.

Die politisch Verantwortlichen haben die Distanz in den Vordergrund gerückt, um die Ansteckungen einzudämmen. Das ist richtig. Je stärker dies aber autoritär durchgesetzt wird (das ist mit ein Grund, warum wir die Demokratie nicht aussetzen dürfen!), desto spröder kann auch der soziale Zusammenhalt werden.

Wir sehen hierzu erste Anzeichen.
Es gibt Episoden von Selbstjustiz. Die Rollen werden verwechselt. Bürger spielen Polizei, Bürgermeister spielen Richter. Die Gewaltenteilung wird, auch im Kleinsten, ausgesetzt.
Menschen beginnen einander zu überwachen. Erste Signale einer Verdächtigungsgesellschaft werden sichtbar. Ich habe mir vorgenommen, das #LuziferPrinzip von Philip #Zimbardo noch einmal zu lesen. Es sind vielleicht genau die richtigen Zeiten, um sich die Entstehung (und die Möglichkeiten der Durchbrechung) von autoritären Gesellschaftsmechanismen zu vergegenwärtigen.

Denn das Problem, so sagt mir der Moraltheologe Martin M. Lintner im Gespräch, ist, dass die Solidarität bricht, wenn die Grenzen der Verantwortung nicht mehr klar sind.

Wenn die oder der Einzelne vergisst, dass er oder sie für das Ganze verantwortlich ist, und nicht der Nachbar. Es geht deshalb darum, sich nicht zum Wächter über die Verantwortung des andren aufzuspielen, sondern die eigene Verantwortung ernst zu nehmen.
Deshalb macht mir das An-den-Pranger-Stellen so Angst. Weil es letztlich nur dazu führt, den Blick weg von sich selbst zu lenken. Wenn ich selbstzufrieden kopfschüttelnd auf die Regelbrecher zeige, muss ich mich nicht mit meinen eigenen Impulsen und Untiefen auseinandersetzen. Letztlich gebe ich damit die Verantwortung ab.

Ja, zwischen Selbstjustiz und Zivilcourage verlaufen klare Grenzen. Ich plädiere für Zivilcourage. In anderen Sprachen wird sie auch mit „sozialem Mut“ oder „moralischem Mut“ übersetzt. Genau davon brauchen wir jetzt ein großes Maß.

Manchmal flüstert die Herzenssprache

eisbär-mami-mit-babyIn una conversazione su Whatsapp, mi hanno chiesto che cosa penso della vicenda del termine “Alto Adige” cancellato da un testo di legge trattato in Consiglio provinciale la settimana scorsa. Al di là delle fake-news che girano sui media, la mia risposta è stata questa: Noi Verdi abbiamo votato contro, perché non è accettabile che le persone di un gruppo linguistico decidano su come le persone dell’altro gruppo vogliano denominare la propria “Heimat”. Può non piacere il termine “Alto Adige”, ma, specie in terra di Tolomei, resta imprescindibile e inviolabile il diritto di ogni gruppo linguistico ad autodeterminare le proprie parole.

L’unica eccezione a questa regola è quando un gruppo si sente offeso dalle parole usate dall’altro. Così gli Inuit hanno chiesto al mondo di non essere più chiamati “eschimesi”. Le persone di origine afro hanno chiesto di non essere più chiamati negri. A un dibattito a Brunico poco tempo fa, si discuteva del termine “Walsch”. Io chiesi di non usare questo termine. Alcuni presenti hanno precisato che loro non lo usano in senso spregiativo. Ho cercato di spiegare che non conta l’intenzione di chi nomina, ma come si sente la persona che con quel termine viene nominata. I miei figli, cresciuti bilingui, quando parlano di sé, mai e poi mai direbbero di essere per una parte “walsch”. Non solo suona male, ma nemmeno gli appartiene. Allo stesso modo mi scandalizzerei se gli italiani dell’Alto Adige-Südtirol iniziassero a chiamare i tedeschi “crucchi” (o wie auch immer). Fa parte della buona convivenza usare buoni nomi.

Il punto è che sulla vicenda “Alto Adige” non si ha un gruppo che nomina un altro, ma un gruppo che nomina (con la sua stessa lingua) il proprio territorio, quindi in qualche modo sé stesso.

E allora, perché i cosiddetti partiti patriottici insistono così tanto sull’uso che gli italiani fanno delle loro stesse parole? Che obiettivo vogliono raggiungere? Che ansia di controllo, di dominio si cela dietro ai tentativi di “rettificare” il corso della storia?

La gravità del fatto della settimana scorsa non è che “d’ora in poi il termine Alto Adige sarà bandito dalle leggi”, come si legge in questi giorni. Questo non è vero. Ma certo è che si è aperta una via per farlo sempre più frequentemente. Mai prima d’ora la SVP aveva ceduto su questo punto. Ed è invece successo, forse neanche per cattiveria o per preciso calcolo politico, che la Volkspartei si è fatta trascinare dalla piccola “Süd-Tiroler Freiheit”. Io penso che sia successo per indifferenza, per negligenza, per noncuranza. Ed è forse quasi peggio, perché significa che ci si è dimenticati dell’altro, dei sentimenti di chi vive in questa terra con gli stessi diritti di sentirvisi a casa.

Un tardivo e coerente episodio di una lunga storia politica di separazione. Ecco dove siamo arrivati: la provocazione dei “patrioti” alla fine ha funzionato perché ci si è dimenticati dell’altro.

C’erano molti modi di trattare il tema. Ci si poteva chiedere quali sono i termini con cui vogliamo denominare la nostra Heimat comune, che è un concetto ben più profondo di “Provincia di Bolzano”. C’era margine per capirsi. Nel proprio cuore nessun tedesco chiama “Autonome Provinz Bozen” il suo “Südtirol”. D’altro canto si poteva anche spiegare perché a qualcuno il termine “Alto Adige” magari ricorda tempi brutti e bui.

Ma negli strilli in Consiglio settimana scorsa non c’era spazio per niente di tutto questo. La spinosa storia che ci accomuna non ha bisogno di urla, di provocazioni, di continui braccio di ferro. Non abbiamo bisogno che gli uni dicano agli altri che parole usare. Abbiamo bisogno di raccontarci la lingua dei nostri cuori. A volte bisbigliano.

Fine del governo populista. Che non venga di peggio

Zauberlehrling Comic
Premier Conte hat im Senat seinen Rücktritt angekündigt. In seiner Abtrittsrede hat er noch einmal streng mit seinem Innenminister und Zerrütter der Regierung abgerechnet. In der Auseinandersetzung, in die auch der wiedergekehrte Renzi grätschte, ging es weniger um die realpolitischen Divergenzen als vielmehr um die Art, Politik und Demokratie zu gestalten. Die Auseinandersetzung spielte sich ab zwischen Sache und Symbol, zwischen Argument und Slogan, zwischen Ratio und Testosteron.

Ein bedeutsames Zeichen, dass wir an einem Markstein sind. Das gebietet große Aufmerksamkeit.

Der populistische Hype ist unübersehbar und wurde heute von Salvini in der gesamten ätzenden Klaviatur gespielt. Besonders schlimm ist der Eindruck, dass die 5-Sterne-Bewegung, die selbst die Mittel des Populismus benutzt hat, in der Verheißung, damit das verhasste alte System zu brechen, nun von derselben Masche überrollt wird – fatal und schamlos amplifiziert von Salvini. Das Hickhack über Rosenkranz und Muttergottes, der Wettlauf um das beste Bibelzitat, die Beschwörung von „Familie“ und „Normalität“ – das alles spricht Bände.

Recht hat, wer auf die Möglichkeit eines totalitären Drifts hinweist. Wir alle sind aufgefordert, achtsam und mutig die demokratischen Werte zu verteidigen. Der Moment ist nicht zu unterschätzen. In den Händen des Staatspräsidenten liegt nun eine große Verantwortung.
Aber nicht nur in seinen.

Il premier Conte oggi ha annunciato le sue dimissioni in Senato. Nel suo discorso ha fatto severamente i conti con il suo ministro dell’Interno nonché logoratore del suo governo. Lo scontro in Senato, in cui si è inserito anche l’immortale Renzi, ha rivelato che al centro ci sono divergenze non tanto sui progetti di governo, quanto invece sui modi di fare politica e di attuare la democrazia. Lo scontro era tra fatto e simbolo, tra argomentazione e slogan, tra ragione e testosterone.

Un segno importante del fatto che siamo in un momento di significato storico. Bisogna prestare la necessaria attenzione.

La montata populista è evidente. Salvini oggi l’ha giocata in tutta la sua ustionante magnitudo. Il fatto che il MoVimento 5* venga travolto proprio dai mezzi e metodi di quel populismo – ora brutalmente e svergognatamente amplificati da Salvini – da esso stesso usato e propagato per rompere l’odiato vecchio sistema, deve far riflettere. Il tiramolla su rosario e Madonna, la corsa per la miglior citazione biblica, le invocazioni di “famiglia” e “normalità” sono segni evidenti del vero scontro di mentalità che è in atto.

Ha ragione chi indica la possibilità di una deriva totalitaria. Siamo tutti chiamati a difendere i valori della democrazia e a non abbassare mai la guardia. Il momento non va sottovalutato. Una grande responsabilità sta ora nelle mani del Presidente della Repubblica.
E non solo nelle sue mani.

An exit strategy from patriarchy

You asked me to speak about feminism.

2018 Berlin Bri mit TangaSo, I brought you something. What is this?

Usually this is simply a panty. But today it is not. Today, after that in an Irish court of justice was brought forward the argument that a woman who wears a thong is open for sexual encounters and therefore the claim of rape can be excluded, today this is an invitation to violence!

This is not the first time that something like this happens. In 1998 in Italy a judge sentenced that a young girl couldn’t be victim of a rape because she was wearing blue jeans. Now every year on May 27th women from all over the world remember this incredible fact wearing blue jeans on the “Denim day”.

Because we do not forget.

But we have to admit that times, they are not changing.

Now the question is: do we have to talk about violence when we speak about feminism? For many years I didn’t think so. I thought that there were other important issues I could work and fight for:

  • more female representation in politics.
  • equal pay, equal work, equal pension.
  • a gender quota in the boards of the companies.
  • more justice even in the language.

We can find all these topics in the Manifesto of the European Greens. They are so important, and we will continue fighting for them – always remembering that Green Parties are the only parties, which are obviously and explicitly feminist. Which is not so easy, because usually ad-experts tell us, that insisting on gender topics is the best way to lose elections. This is a problem. Gender politics are now the most revolutionary and unpopular politics when they really retold the capability to change the world, to change power structures, to change the distribution of welfare.

Within this capability we have potential and danger at the same time.

Danger? Yes. We observe actually a wave of hate against women. We usually try to explain this as the backlash of feminism, but I think there is more.

Because this wave of hate has a battle-field: our body.

There are different typologies of hatred:

When we (our bodies) are being laughed at.

When we (our bodies) are minimized.

When we (our bodies) are sexualized at all.

At last when we (our bodies) are destroyed.

Last year, in my small land in the Alps with half a million citizens, 4 women have been killed, in Italy 94, in Austria 16 – just because they were women! This is the reason why we have to speak about violence.

We can suppose that the origin of this hate lies in fear. There is always fear at the bottom of hate. In this case there is a lot of fear. Fear of losing the power. Fear of change.

In conclusion:

We have to keep working and fighting for gender politics.

But I think we need to go beyond and develop something bigger. We have now to start working on an EXIT STRATEGY FROM PATRIARCHY, from the power system which created submitted women and unhappy men.

Let’s think about it. Men and women together.

For more justice. For more respect. For a better world.

Thank you.

2018 Tweet EGP

Speech at the 29th EGP-Council. Berlin, 23rd of November 2018

Wenns zuviel wird. Einblick in eine erschöpfte Arbeitswelt

PutzfrauFrüher waren sie eine obligate Präsenz in jeder Schule: die Schulwarte. Wir erinnern uns alle an den „Schuldiener“ oder die „Schuldienerin“. Sie bediente früher nicht nur die Fotokopiermaschine, sondern machte auch eine Tasse Tee gegen Bauchschmerz. Bei ihr erhielt die Schülerin eine Binde in der Not der ersten Mentruationen und ein freundliches Wort. Schuldiener hatten auch eine gewisse Macht. Sie waren stets im Kammerle anwesend und hatten in alles Einblick.

Seit Längerem schon ist die Situation eine völlig andere. Die Erzählung der SchulwartInnen hat mich betroffen gemacht. In mehreren Treffen haben sie mir von ihrem Alltag in der Schule heute berichtet.

Noch nie gab es in Südtirol so viele Schulen und Turnhallen. Aber noch nie gab es so wenig SchulwartInnen wie heute. Durch den Stabilitätspakt wurden Stellen nicht nachbesetzt, sodass das verbleibende Personal mit deutlich mehr Arbeit konfrontiert ist.

Es heißt, dass sich das “Aufgabenprofil erweitert habe”.

In Wirklichkeit fühlen sich die SchulwartInnen längst zu Putzkräften degradiert. Kaum jemand weiß, dass pro SchulwartIn 1.216 Quadratmeter zu putzen sind. Das ist die Fläche von etwa 12 Wohnungen! Viele klagen über körperliche Belastung. Das Durchschnittsalter liegt mit 55 Jahren weit über dem Landesdurchschnitt. Das bedeutet auch, dass die Wartestände und Ausfälle durch Krankheit zunehmen. wenn jemand fehlt, müssen die KollegInnen auch die Quadratmeter der Erkrankten übernehmen. Möglichkeiten der Frühpensionierung gibt es nicht. Das Ganze bei einem armseligen Gehalt, +- 1.100 Euro.

In diesen letzten Jahren habe ich viel Bewegung im Personalwesen des Landes beobachtet. Auf den obersten Ebenen gab es regen Wechsel und eifrige Gesetzgebung. Vielleicht wäre es an der Zeit, den Blick endlich auch auf jene zu richten, die am anderen Ende der Hierarchien ihre Arbeit an der Gemeinschaft leisten.

Arbeit in Würde muss auf allen Ebenen der Anspruch Südtirols sein.