Fine del governo populista. Che non venga di peggio

Zauberlehrling Comic
Premier Conte hat im Senat seinen Rücktritt angekündigt. In seiner Abtrittsrede hat er noch einmal streng mit seinem Innenminister und Zerrütter der Regierung abgerechnet. In der Auseinandersetzung, in die auch der wiedergekehrte Renzi grätschte, ging es weniger um die realpolitischen Divergenzen als vielmehr um die Art, Politik und Demokratie zu gestalten. Die Auseinandersetzung spielte sich ab zwischen Sache und Symbol, zwischen Argument und Slogan, zwischen Ratio und Testosteron.

Ein bedeutsames Zeichen, dass wir an einem Markstein sind. Das gebietet große Aufmerksamkeit.

Der populistische Hype ist unübersehbar und wurde heute von Salvini in der gesamten ätzenden Klaviatur gespielt. Besonders schlimm ist der Eindruck, dass die 5-Sterne-Bewegung, die selbst die Mittel des Populismus benutzt hat, in der Verheißung, damit das verhasste alte System zu brechen, nun von derselben Masche überrollt wird – fatal und schamlos amplifiziert von Salvini. Das Hickhack über Rosenkranz und Muttergottes, der Wettlauf um das beste Bibelzitat, die Beschwörung von „Familie“ und „Normalität“ – das alles spricht Bände.

Recht hat, wer auf die Möglichkeit eines totalitären Drifts hinweist. Wir alle sind aufgefordert, achtsam und mutig die demokratischen Werte zu verteidigen. Der Moment ist nicht zu unterschätzen. In den Händen des Staatspräsidenten liegt nun eine große Verantwortung.
Aber nicht nur in seinen.

Il premier Conte oggi ha annunciato le sue dimissioni in Senato. Nel suo discorso ha fatto severamente i conti con il suo ministro dell’Interno nonché logoratore del suo governo. Lo scontro in Senato, in cui si è inserito anche l’immortale Renzi, ha rivelato che al centro ci sono divergenze non tanto sui progetti di governo, quanto invece sui modi di fare politica e di attuare la democrazia. Lo scontro era tra fatto e simbolo, tra argomentazione e slogan, tra ragione e testosterone.

Un segno importante del fatto che siamo in un momento di significato storico. Bisogna prestare la necessaria attenzione.

La montata populista è evidente. Salvini oggi l’ha giocata in tutta la sua ustionante magnitudo. Il fatto che il MoVimento 5* venga travolto proprio dai mezzi e metodi di quel populismo – ora brutalmente e svergognatamente amplificati da Salvini – da esso stesso usato e propagato per rompere l’odiato vecchio sistema, deve far riflettere. Il tiramolla su rosario e Madonna, la corsa per la miglior citazione biblica, le invocazioni di “famiglia” e “normalità” sono segni evidenti del vero scontro di mentalità che è in atto.

Ha ragione chi indica la possibilità di una deriva totalitaria. Siamo tutti chiamati a difendere i valori della democrazia e a non abbassare mai la guardia. Il momento non va sottovalutato. Una grande responsabilità sta ora nelle mani del Presidente della Repubblica.
E non solo nelle sue mani.

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L’ultimo anello

cateneQualche giorno volevo prendere il treno per Ora. Si saliva solo da un vagone, dove un controllore si accertava preventivamente che tutti/e avessero il biglietto. Mentre lo guardavo stupita mi spiegava: “Ecco, vede, stiamo facendo dei controlli a terra. Questo è uno dei treni, su cui salgono molti di quelli là. Che non pagano.” e indicava degli immigrati di pelle scura. “Vede, scappano!”

Il controllore ovviamente ha un mestiere difficile, si trova spesso a questionare con chi non ha il biglietto e chi non vuole scendere. Non lo invidio e lo rispetto.

Ma andando oltre la contingenza, ho trovato in questo provvedimento di Trenitalia la conferma di un fenomeno che studio da un po’ di tempo e che chiamo “l’intervento sull’ultimo anello”.

Mi spiego. Siamo confrontati con problemi molto complessi. La crisi, la fame nel mondo, la radicalizzazione, la migrazione, i profughi, la violenza, il confronto di più culture, l’impoverimento di segmenti sempre più larghi della società.

Tutti questi problemi hanno origini lontane e catene lunghe, spesso non lineari, di anelli di cause ed effetti. E spesso ne siamo co-responsabili.

L’Europa ha responsabilità pesanti nella questione della fuga dall’Africa o dall’Asia. Il nostro modo di consumare e le nostre politiche economiche intervengono fortemente sull’equilibrio mondiale. O, se vogliamo zoomare sui problemi “di casa nostra”, l’impoverimento, la disuguaglianza la disponibilità alla violenza, sono l’effetto di una società che non ha voluto cogliere per tempo i segnali di disagio e mancanza di prospettive per chi partiva svantaggiato. I campi di intervento sarebbero molteplici e così come abbiamo sbagliato, potremmo anche iniziare a rimediare. Per prima cosa riconoscendo errori e responsabilità, e poi magari usando i cervelli migliori e la disponibilità di molti che vogliono aiutare a cambiare le cose, sviluppando concetti di cambiamento. Avremmo tutti i mezzi e le competenze necessarie, eppure non lo facciamo.

Preferiamo specializzarci nell’intervento sull’ultimo anello. Esempi?

Ci sono dei senzatetto che la sera si sistemano e socializzano tra loro in Piazza Magnago. Potremmo indagare. Scoprire che la Caritas verso le 17 apre un punto di ristoro proprio accanto al Consiglio provinciale per i profughi (si vedono sempre più famiglie con bambine/i). Che molti di questi ragazzi attendono la sentenza di una commissione che deciderà del loro futuro di rifugiati e che possono stare nelle dimore temporanee solo di notte. Potremmo, dovremmo certo anche provare a rimediare alle disuguaglianze che li hanno portati a essere senza casa. Sarebbe complesso, sì. Troppo forse. E allora abbiamo deciso che fosse meglio installare delle videocamere: un palliativo che ci garantisce l’illusione di una sicurezza che non avremo mai, perché il problema del piccolo spaccio che si intrufola in questo mondo si sposta semplicemente dietro l’angolo. Però possiamo dire di aver fatto qualcosa (e forse è questo il vero, unico, misero obiettivo dei governanti…).

Lo stesso meccanismo sta in fondo a molte questioni: vietiamo l’accattonaggio (così non vediamo più che ci sono persone povere e che vengono anche sfruttate). Spostiamo la prostituzione in quartieri meno in vista, o le vorremmo nascondere in case chiuse (e rimuoviamo tutta la questione delle donne fatte schiave, delle donne che bisogna possedere, al limite anche coi soldi). Diciamo frasi comode del tipo “aiutiamoli a casa loro” o “impediamo che partano” o “rispediamoli a casa” per illuderci di risolvere la questione dei profughi.

Stiamo agendo su troppe questioni come chi tenta di risolvere un allagamento concentrandosi sugli stracci per asciugare l’acqua. La nostra maturità intellettuale di società evoluta ci imporrebbe invece valutazioni molto più serie e complesse, che vadano all’origine delle questioni.

Difficile, in un dibattito politico sempre più superficiale, ipervelocizzato e fatto di slogan. Quasi impossibile, se bisogna dire tutto in 30 secondi di intervista o condensare il commento in un Mi piace o una faccina. Vedo e vivo una politica e una scena di opinione pubblica, in cui l’analisi spesso sparisce dietro alle necessità di lanciare continuamente dei messaggi confezionati in bocconi digeribili.

E allora voglio concludere con un appello, dal mio piccolo osservatorio di politica di provincia. Cerchiamo di capire un fenomeno invece di spostarlo dietro l’angolo. Perché prima o poi tornerà con prepotenza e ci toccherà affrontarlo comunque. Troviamo delle vie di mezzo tra fantasie populiste di onnipotenza e rassegnazione.

Riaccendiamo un dibattito politico serio e approfondito. Avvaliamoci della buona prassi del confronto tra diversi, dello studio delle cause, dell’ascolto di pensieri articolati, della riflessione comune. Risaliamo la catena insomma, cerchiamo di spezzare anelli più grandi e decisivi e smettiamo di accanirci sempre e comunque contro l’ultimo anello. Che, anche se è il più visibile, comunicabile e politicamente spendibile, alla fine è anche il più piccolo e il più fragile.

Piante pioniere – Politik in Zeiten der Veränderung

Ausläufer

 

Discorso all’assemblea provinciale dei Verdi
12 marzo 2016

Liebe Grüne, care amiche verdi, cari amici!
Che momento stiamo vivendo, was für ein Moment der Veränderung!

 

Unser Kontinent verändert sich unwiderruflich. Und es passiert genau das, was bei allen großen gesellschaftlichen Revolutionen passiert ist: Es beginnt mit dem Leugnen. Gerade in dieser Woche habe ich den Film zu den Suffragetten gesehen, in einem Kino randvoll mit Frauen, und da war es ebenfalls zu sehen: die rabiate Abwehrhaltung eines Establishment angesichts einer Veränderung, die das Althergebrachte in Frage stellt, Machtansprüche neu definiert, den Spiegel vorhält.

Es ist ein quantitativ geführter Diskurs (wie viel Flüchtlinge verträgt Europa, das einzelne Gebiet? Welche ist die richtige Obergrenze?), der in Wirklichkeit die Auseinandersetzung über die qualitative Frage verdeckt (wie verändert sich unsere Gesellschaft? Wie können wir mögliche Spannungen so gering wie möglich halten?). Radikale Grundfragen würden sich stellen und sie tun weh.

Es sind die großen „Eigentlich“-Fragen

Was macht unsere Kultur eigentlich aus?
Was davon sollte in die Zukunft gerettet werden?
Wie macht man das eigentlich?
Gibt es das Konzept von Volk in Wirklichkeit?
Wenn ja, was macht es aus?
Wem gehört eigentlich Europa?
Wem gehört ein Kontinent?
Bis hin zu: Wer sind wir eigentlich?
Und wenn wir nach Südtirol herunterzoomen:
Warum haben wir Angst vor 1000 Flüchtlingen? 1 auf 250 EinwohnerInnen?

Und auch wenn es 6.000 wären, wie in Tirol: Was geht eigentlich vor in einem Land, das 6 Millionen Leute jedes Jahr bezahlterweise aufnimmt und sich nie hinterfragt, was das mit unserer Gesellschaft macht? (Am Rande gesagt und mit Zynismus, könnte man die Flüchtlinge, für die ja 28 Euro pro Tag vom Staat bezahlt wird, auch als eine Variante des Billigtourismus betrachten)

Sprachliche Notiz: Überwiegend wird “eigentlich” aber eigentlich als aussageloses Füllwort benutzt. Aber das mhd. “eigenlich” und Ausdrücke wie “das ist ihm eigen” beinhalten noch die Bedeutung “in Besitz haben”. Damit ist das “Eigentliche”, “das Wesen einer Sache”.

Es ist auch tragisch und zynisch, dass wir das gesamte Ausmaß der Flüchtlingsthematik so vom Ende her sehen, bewerten und nur für diese auch an (Pseudo-)Lösungen arbeiten.

Jahrhundertealt ist die europäische Kolonialpolitik und der imperialistische Geist, auf dessen Grundlage viele Länder für lange Zeiten eine verwirrte, verzerrte und unnatürliche Entwicklung in die Armut und Abhängigkeit getrieben hat. Jünger ist der wirtschaftliche Paternalismus durch Freihandelsabkommen und Investitionsschutzverträge, neu und alt zugleich ist der konsumistische Egoismus, der uns alle dazu treibt, in gelebter kognitiver Dissonanz an Ausbeutung und Ungleichheit täglich unser Scherflein beizutragen, wenn wir un-(v)erträglich billige Kleidung, billige Elektronik, billige Lebensmittel zu kaufen.

Die Welt wie ein Kondominium

Ich sehe die Welt wie ein Kondominium, in dem wir die luxuriöse Attiko-Wohnung haben. Nach und nach haben wir den Bewohnern des Untergeschosses den Strom abgedreht, deren Wasser genommen, die Heizung abgeschaltet, damit wir es wärmer haben in unserer Wohnung. Einzelne sind gekommen und die haben wir noch eingestellt, um die Putz- und Pflegearbeiten zu übernehmen, die uns lästig waren. Jetzt aber kommen sie alle die Treppe hoch. Sie haben Hunger, Durst, sie leiden unter denen, die in dieser prekären Situation im Untergeschoss die Führung übernommen haben und wo wilde Kämpfe herrschen. Sie stehen vor unserer Tür. Und was tun wir? Klar, wir kaufen uns eine Absperrung am oberen Ende der Treppe. Wir sichern unsere Wohnungstüren (Pius Leitner hat nicht umsonst genau diese Metapher gewählt). Wir sperren die Nottreppe und denken auch daran, den Aufzug außer Betrieb zu setzen. Schlimmstenfalls sprechen wir uns noch mit denen ab, die im vierten Stock wohnen und die uns bis jetzt zu minder waren, auch weil sie vielleicht selber ihre Angestellten als Sklaven halten…

Ich will nicht moralisieren, ich versuche zu beschreiben. Die Geschwindigkeit, mit der dies alles passiert, ist ein Problem, die kulturelle Diskrepanz ebenso, die Mischung aus „Menge“, Tempo und Diskrepanz macht das ganze so beängstigend und komplex, dass die einfachen rechten Verheißungen (Lösungen kann man das einfach nicht nennen), die echte Blauäugigkeit übrigens!, oft als das einzig Verständliche in dieser ganzen Debatte übrig bleibt. Das zeigen auch die bedrohlichen Anstiege der AfD, der NPD in Hessen oder der Freiheitlichen in Österreich.

Für uns Grüne ist das anders. Wir sind es gewohnt, in der Komplexität zu argumentieren und im Widerspruch zu geliebten gängigen und mundgerechten Formeln zu agieren. So ist es die Erwartung an uns, jetzt nicht zu zweifeln zu beginnen, sondern weiter, auch und gerade in der Flüchtlingsdebatte, den Weg zu weisen, nicht an der populistischen Kante einzuknicken, vorzudenken, Öffnung vorweg zu nehmen – ohne dabei die pragmatischen und realpolitischen Grenzen des Mach- und Gangbaren zu übersehen. Unsere Nachbarinnen im Norden machen uns das sehr gut vor, Landesrätin Christine Baur ist ein Fels in der Brandung und im Windschatten von Platters Vollbrüstigkeit leistet sie genau das, was man sich von einer Soziallandesrätin, die diesen Namen verdient, erwartet.

Übrigens haben wir uns gerade vorgestern am Brenner getroffen und wieder einmal festgestellt, wie sehr es uns ein Anliegen ist, den Diskurs von Anfang bis zum Ende durchzudenken und nicht nur bis an die jeweils nächste Grenze und den nächsten Zaun.

Wir haben uns auch auf eine Vorgehensweise geeinigt:

  1. Kein Zaun am Brenner!
  2. Es braucht Aufnahmezentren in ganz Italien – und Italien muss unterstützt werden, auch finanziell und auch von seitens Österreich!
  3. Von Best-Practice-Beispielen abschauen: Baden-Württemberg und Bayern haben sehr gute Arbeit in der schnellen Aufnahme geleistet.
  4. Am Modell der humanitären Korridore arbeiten.

Die Flüchtlinge zeigen uns einen der großen Paradigmenwechsel auf, die wir gerade durchschreiten.

La tematica dei profughi indica uno die grandi cambiamenti di paradigmi che stiamo attraversando.

Cambia anche la politica

Ce ne sono altri, come il vertiginoso arrotolarsi su sé stesso del sistema economico, il mondo della comunicazione che si velocizza e si virtualizza e che velocizza e virtualizza anche le nostre relazioni. Il sistema di valori che si individualizza. Vorrei affrontare, nella seconda parte del mio intervento, proprio perché oggi ci ritroviamo come partito dei Verdi, il cambiamento nella sfera della rappresentanza civica.

Da rappresentanti politici stiamo vivendo un momento molto difficile.

Riccardo racconta che quando lui è entrato in Consiglio Provinciale questo era un onore, si erano persone „onorate“. Dopo lo scandalo delle pensioni anche da noi si è affermata l’immagine scadente della politica e dei partiti.

La situazione dei partiti, dei gruppi consiliari, dei politici è tragica. Tra Monti che ha tolto ai consiglieri comunali le ore per prepararsi, Renzi che vuol togliere il personale dei gruppi consiliari, la Commissione parlamentare di vigilanza che ci vessa di continuo… iniziano a mancare anche le basi pratiche e minime necessarie per far politica. Inizia a mancare il fiato.

Sono stata alla scuola media di Egna poco fa per un progetto di orientamento professionale. Ho chiesto cosa sapevano dei politici. L‘unica cosa che sapevano era che i politici guadagnano un sacco di soldi.

Si avrà da parlare di questo nei prossimi tempi, e stiamo preparando una proposta politica in Consiglio proprio per far tornare la discussione sul VALORE della politica tra i nostri committenti: i cittadini e le cittadine.

Comunque per ora si percepisce un vero fossato, una spaccatura tra la politica e la cittadinanza.

Noi siamo un partito anomalo: abbiamo un partito e facciamo politica in un partito, senza avere però la forma mentis di un partito. (infatti solo da pochissimo io stessa, che sono la segretaria provinciale sudtirolese con piu anzianità di servizio, ho capito che tante cose negative che ci buttano addosso i giornali, la gente, quando interpreta le nostre azioni, non sono attribuibili a noi, ma vengono interpretati cosi perche ciamo considerati un partito!)

Invece agiamo in un sistema in cui gli schemi interpretativi sono quelli della politica. Allora si ragiona in termini di potere, di intrigo, di posti da occupare – ragionamenti a noi completamente (anche troppo!) estranei. Il fatto è che per persone come noi che si mettono in politica per cambiare il mondo, per migliorare le cose, per muovere e stimolare la trasformazione, per impegnarci per i nostri valori, ecco per tutto questo, vivere il fossato tra politica e cittadine, è doloroso. È assurdo. E io noto che fatichiamo perché non sappiamo da che parte stare. Eravamo giocolieri, pendolari tra i mondi, e ora il filo è interrotto, le rotaie sono spezzate.

La buona politica

Noi abbiamo bisogno di una buona politica e in questo momento vediamo che non si fa una buona politica. La politica, compito così nobile, è stanca. Autoreferenziale, vanitosa, manierata ripete le sue ritualità, spesso in una messinscena ripetitiva, con un suo slang che tutti odiano e con caratteri sempre meno consistenti e più labili.

Ormai basta poco. Per fare politica basta una sola cosa: non essere politici. Uno sguardo sulla scena attuale di BZ lo conferma. Con affanno i partiti cercano le persone „pulite“, quelle che non sono „come loro“. Aver fatto lavoro volontario in un partito non è più una qualifica, ma una macchia sulla biografia.

E così bisogna chiedersi a cosa servono più i partiti?

E soprattutto: a che serviamo noi Verdi? Sono sempre stata contraria al partito come mera macchina da campagne elettorali. Io il partito lo vedo, lo dico spesso, come uno scrigno, in cui vengono custoditi certi valori condivisi. Un luogo, dove vengono portate avanti le idee, anche se le persone passano. Una palestra dove imparare a far politica in uno spazio „protetto“. Un organismo che seleziona anche il personale della politica, nel senso piÙ nobile della parola. Un posto dove preparare le decisioni importanti per una comunità mettendo insieme i vari modi di ragionare all’interno di un gruppo che condivide die valori e un’idea di fondo.

Tutto questo rende i partiti qualcosa di prezioso. E le alternative non sono molto simpatiche: se la democrazia diretta e la partecipazione possono essere la controparte positiva e necessaria a un sistema fossilizzato (ma comunque non si può del tutto sostituire il sistema della rappresentanza con la democrazia diretta), dall’altra parte vedo solo l’autoritarismo del personaggio famoso o il paternalismo del ricco che può farsi conoscere.

Ecco quindi che ci tocca fare una riflessione profonda su quello che un partito, il nostro partito deve essere in questa società che cambia. Sento la forte necessità di colmare quel fossato di cui parlavo prima e sento che dobbiamo essere noi Verdi i primi a fare questa riflessione. La immagino come una sorta di Politische Organisationsentwicklung, di cui vi parleremo dopo, quando facciamo la proposta su come gestire i prossimi mesi.

Solve et coagula, war eine alte Formel innerhalb der Grünen Bewegung, eine Losung unseres Gründervaters Alexander Langer. Für mich hatte das immer schon etwas Rastloses, nicht Nachhaltiges. Ich möchte unsere Grüne Partei nicht aufgeben, um sie in neuer Form wieder auferstehen zu lassen. Aber wir können nicht umhin, über unsere Rolle in einer sich so schnell wandelnden Gesellschaft zu analysieren – und wir sind ja auch schon auf dem Weg. Unsere verdECOnomia hat den Prozess der Gemeinwohlbilanz angeleiert, mit dem wir schon sanft gezwungen wurden, uns auf unsere innere und äußere Nachhaltigkeit zu prüfen.

Achtung! Es geht nicht darum, parteiinterne Nabelschau zu machen. Es geht darum, Modelle für eine GUTE Politik zu machen. Wir hatten in unserem Wahlslogan 2013 die Worte der „GESUNDEN POLITIK“ drin. Ich habe mich in diesen Jahren oft gefragt, was das ist – denn gesund ist im politischen Betrieb rein gar nichts. Die Parteien eine Art Reißwolf, die Institutionen eine reine Inszenierung, die Macht eine ungeteilte, die Zeiten menschenfeindlich, die Kommunikation vertikal…

Es geht also um einen Methodenwandel, um eine Prozesserneuerung. Wir haben da ja schon einiges vorgemacht (Konvent, Gesetz zur direkten Demokratie), nirgendwo können wir unser grünes Pionierswesen besser ausleben als in der wahren Veränderung und das sind immer die Prozesse. Auch inhaltlich waren wir den anderen meist weit voraus, von der Energiewende über Bio bis zum Car-Sharing – nicht umsonst stehen heute grüne Punkte in jedem Parteiprogramm. Daneben waren wir aber auch die ersten, die Vorwahlen gemacht haben, die ersten, die Parteitage als World Cafe abhielten (immer belächelt, natürlich), die ersten, die den Co-Vorsitz eingeführt haben, die ersten, die sich mit einer Bürgerliste verpuzzelt haben… das sind lauter Beispiele für Pioniersprozesse.

Pionier ist ein Wort, das aus dem Französischen gebildet wurde, und es heißt vermutlich ursprünglich „Fußsoldat“ – jene, die voraus gingen, waren also nicht die großen Feldherren, sondern Fußsoldaten, die neue Wege erkundeten, neue Gebiete erschlossen. Das zeigt uns den Weg, und es bestätigt, was ich immer schon dachte, nämlich, dass das Neue nicht von Oben kommt, sondern von unten (auch bei der Geburt…).

Aber ich möchte nicht mit dem Bild des Soldaten schließen, sondern mit dem der Pionierspflanze, die liegt uns wohl eher. Pionierpflanze, das ist eine Lebensform, die (weitgehend) unbelebtes Gebiet meist unter extremen Bedingungen besiedelt.

Wenn wir im Lexikon der Biologie nachlesen, wer die Pionierspflanzen sind, dann scheint das eine Beschreibung von uns Grünen, beeindruckend:

Lexikon der Biologie

Pionierpflanzen, Erstbesiedler vegetationsfreier Flächen, z.B. Schutthalden im Gebirge oder künstliche Aufschüttungen (Minenabraum, Rekultivierungen).

Auf Felsen handelt es sich um Flechten, Moose und Kräuter, denen wenig anspruchsvolle Holzgewächse folgen. Die Pionierpflanzen tragen zur Bodenbildung (Bodenentwicklung) bei und werden später meist durch anspruchsvollere Gewächse verdrängt, deren Vorkommen jedoch nur durch die vorherige Existenz der Pionierpflanzen ermöglicht wird.

Die Pionierpflanzen weisen spezielle Anpassungen an die unwirtlichen Standortbedingungen auf: zahlreiche, über lange Zeit keimungsfähige Diasporen (Samen) mit guter Ausbreitungsfähigkeit, Bildung von Ausläufern sowie gute Regenerationsfähigkeit der Pflanzen nach mechanischer Schädigung.

 

Auf letzteres wollen wir nun unsere Hoffnung legen. Nicht auf die mechanische Schädigung, sondern auf die gute Regenerationsfähigkeit, natürlich!

In diesem Sinne (damit schließt man im Landtag immer die Reden!) glaube ich an eine gute grüne Zukunft – wenn wir es schaffen, die Samen rechtzeitig zu säen, die Ausläufer rechtzeitig zu verwurzeln. Ich vertraue auf die Pionierspflanzen.

Vielen Dank. Grazie.

La Storia saremmo noi…

Siamo qui per fare una legge (e uso il termine FARE a proposito, perché sa di artigianale, di semplice, sa di lavoro manuale e per questo mi piace). Una di quelle poche leggi sulle quali c’è attesa, attenzione pubblica. Da questa legge saremo misurati per il resto della legislatura.

Abbiamo qui 3 proposte e dovremo discuterle, lo faremo oggi, spero, nei dettagli. Spero che venga fuori qualcosa. Nei giorni scorsi, intanto, abbiamo perso l’ennesima occasione. Che si aggiunge a quelle perse in tutti gli ultimi mesi, da quando è scoppiato lo scandalo delle pensioni.

Era l’occasione di compattarsi, come dovrebbe avvenire nei tempi di crisi.

Perché tutta la classe politica è andata in crisi in questo scandalo. C’era chi era più nel mirino, chi meno, ma tutti quanti siamo precipitati nel baratro del disprezzo. Per me che sono all’inizio della carriera politica questo è stato uno choc. Ho visto come sono cambiati gli sguardi per strada quando ci incontrano. Ho notato come è cambiato il linguaggio dei non-politici quando parlano dei politici. Ho visto crescere la sfiducia verso tutti noi e ho visto calare la partecipazione alle elezioni del 10 %. Questo è il drammatico significato, la terribile conseguenza dello scandalo pensioni! Che si è perso la fede nella democrazia che rappresentiamo, noi.

Ma non di questo si è parlato negli ultimi giorni qui dentro. Qui avete preferito (non tutti) parlare di quello che perdete VOI. I vostri cosiddetti diritti per alcuni sono più importanti – confermando che chi vede i politici solo ripiegati su sé stessi ha ragione.

È solipsismo collettivo, ma non solo.

In effetti, dobbiamo fare delle leggi su noi stessi, quindi è logico interrogarsi su quello che è giusto per noi. Compito non facile, certo. Bisogna essere molto coraggiosi, molto onesti, molto moralisti e, soprattutto, molto adulti. Invece mi è sembrato, ascoltandovi, di tornare agli anni in cui insegnavo alle medie e chiedevo ai ragazzi, a fine anno, di darsi loro stessi il voto. C’erano sempre parecchi che pur sapendo di aver sempre preso insufficienze, si davano sette. Dicevano, quando gli chiedevo come mai, che si meritavano di più.

Noi non dobbiamo essere come questi miei alunni, cari colleghi.

Da noi, che siamo stati eletti, ci si aspetta di più.

Ci si aspetta anzitutto la presa di coscienza di quello che stava dietro allo scandalo della legge del 2012. A questo doveva servire la rabbia pubblica, la protesta, anche nelle sue forme non qualificate che vi hanno ferito. Bisognava arrivare all’esame del proprio operato. E invece chi ha fatto questa autocritica è stato vituperato qua dentro come se fosse un traditore.

Era il momento di farsi delle domande su quello che è la politica.

Sui compiti della politica.

Sui doveri del politico verso il suo elettorato.

Sui meccanismi di sicurezza per non farci tentare dalle facilitazioni e dal potere che abbiamo di renderci la vita un po’ più facile ed agiata.

Su come preservarci l’umanità e la semplicità della vita di tutti i giorni.

Su come creare le regole del gioco stando dentro al gioco.

Soprattutto su come restare cittadine e cittadini. Ho osservato il vostro linguaggio che ho notato che parlate sempre di noi e “loro fuori”. “La gente fuori.” A BZ l’ho già fatto notare che questo fatto rivela un’altra volta quanto stiamo distanti dagli altri cittadini. Non siamo forse “gente” anche noi? Non siamo cittadini anche noi? E se non lo fossimo, quale gravità avrebbe questo fatto?

Sono molto delusa da come sta andando questo dibattito.

Stiamo implodendo in quest’aula e mai come in questi giorni ho avuto l’impressione di assistere a uno spettacolo di manierismo, di decadenza, di fine di un sistema che non sa più evolversi ma cerca solo disperatamente di aggrapparsi alle vecchie regole perché restano l’ultima sicurezza. In un mondo che sta cambiando rapidamente noi siamo chiusi qui dentro e c’era addirittura fuori la polizia a proteggere il nostro ingresso. E noi qui dentro a insultarci a vicenda, a rinfacciarci che non abbiamo capito che anche i provinciali vogliono andare in pensione a 60 anni o che il mio collega Dello Sbarba non possa mantenere la sua famiglia una volta in pensione. Ma dai!

Che immagine di disperazione! Che distanza! Che cecità verso le esigenze della società di cui dovremmo a pieno titolo far parte!

Richiamo tutti noi all’articolo 1 della nostra Costituzione, per concludere questo breve intervento. Lo conoscete tutti, L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. Stefano Rodotà, nel bel film di Ligabue (“Niente paura”) mi ha aperto gli occhi su cosa voglia dire questa strana frase. Rodotà chiede ai giovani cosa è “il lavoro” e poi spiega che il lavoro è il contrario del privilegio.

Quindi i padri e le madri della costituzione ci tenevano a dare a tutte le cittadine e cittadini la stessa dignità attraverso il motore dell’eguaglianza, che per loro era appunto il lavoro – e non il privilegio della nascita nobile o ricca.

Non ho avuto l’impressione, in questi mesi, che ci sia una presa di coscienza in questo senso all’interno del nostro consesso.

Qui ci si comporta ancora come un Parlamento di vecchi proprietari terrieri.

Qui si ragiona ancora in termini di privilegi e si fa di tutto per mantenerseli o per reciderli meno possibile. Un privilegio non acquisito con la nascita o l’eredità, ovvio, ma col voto.

Ma bisogna ricordarsi sempre, che il voto è solo un prestito. O, meglio, un Vorschuss, un anticipo, un valore attuale si direbbe nel nostro linguaggio incomprensibile e volutamente enigmatico, di fiducia e responsabilità che ci è stato dato e che ci siamo già giocati in questi mesi e anni.

Vi chiedo quindi di comprendere questo momento della storia e di rispondere alle questioni che ci pone. È il momento di cambiare radicalmente orientamento nel nostro modo di fare politica (riuso il verbo fare) e stiamo sprecando un’occasione.

La sprecheremo nel mercanteggio che ci aspetta, sulle percentuali da ridurre e che si ridurranno per non scontentare qualche vecchio politico.

La sprecheremo nelle varie scappatoie che resteranno.

La sprecheremo anche con questo metodo dei 1000 emendamenti.

Ma la sprecheremo soprattutto mantenendo quella forma mentis che ci ha reso degli odiati ricevitori, anzi autoassegnatori di privilegio.

Ecco perché credo che saremo superati dalla storia. Come tutti quelli prima di noi che non hanno saputo comprendere i segni del cambiamento e della trasformazione. Chi tardi arriva male alloggia, si dice in italiano. In tedesco siamo più drastici, da noi si dice che l’ultimo sarà morso dai cani. Ecco, in questa sta la scelta del momento. E possiamo scegliere di essere quelli che sono morsi dai cani. O essere noi la storia, per dirla con De Gregori.

Noi che abbiamo tutto da vincere. E tutto da perdere.

(Intervento che avrei voluto fare in Consiglio Regionale e che non ho fatto perché era già chiuso il dibattito generale)

La storia siamo noi, nessuno si senta offeso
Siamo noi questo prato di aghi sotto al cielo.
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.
La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare,
Questo rumore che rompe il silenzio,
questo silenzio così duro da masticare.
E poi ti dicono: “Tutti sono uguali,
Tutti rubano alla stessa maniera”
Ma è solo un modo per convincerti
A restare chiuso dentro casa quando viene la sera;
Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone
La storia entra dentro le stanze, le brucia,
La storia dà torto e dà ragione.
La storia siamo noi.
Siamo noi che scriviamo le lettere
Siamo noi che abbiamo tutto da vincere e tutto da perdere.
E poi la gente [Perché è la gente che fa la storia]
Quando si tratta di scegliere e di andare
Te la ritrovi tutta con gli occhi aperti
Che sanno benissimo cosa fare:
Quelli che hanno letto milioni di libri
E quelli che non sanno nemmeno parlare;
Ed è per questo che la storia dà i brividi,
Perché nessuno la può fermare.
La storia siamo noi, siamo noi padri e figli,
Siamo noi, bella ciao, che partiamo
La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano.
La storia siamo noi, Siamo noi questo piatto di grano.

 

Francesco De Gregori